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Elisir. Nella valle alla fine del tempo — Kapka Kassabova


Esiste ancora un luogo in Europa dove il tempo sembra essersi fermato, dove le donne conoscono il nome segreto di ogni erba e dove la montagna custodisce saperi più antichi della scrittura? Kapka Kassabova lo ha cercato — e forse trovato — lungo le rive del fiume Mesta, nei Balcani meridionali.

C'è un tipo di libro che non si legge: si attraversa, come si attraversa un bosco. Elisir. Nella valle alla fine del tempo di Kapka Kassabova è uno di questi. Pubblicato in Italia da Crocetti Editore nella collana Mediterranea, è il terzo capitolo di un quartetto balcanico iniziato con Confine e proseguito con Il lago, e rappresenta forse la vetta più alta di questo progetto letterario straordinario.
Un fiume, tre montagne, un mondo
Il Mesta è uno dei fiumi più antichi d'Europa. Nasce dal massiccio del Rila, percorre 126 chilometri in Bulgaria e altri 104 in Grecia — dove prende il nome di Nestos — prima di gettarsi nel Mar Egeo. Incastonata tra i tre grandi massicci montuosi dei Balcani meridionali, la valle che questo fiume crea è un luogo di confine nel senso più profondo: un margine tra il presente e qualcosa di molto più antico, tra il mondo industriale e quello vegetale, tra la memoria e il silenzio.
Per diverse stagioni, la scrittrice — nata a Sofia nel 1973, cresciuta in Bulgaria, emigrata in Nuova Zelanda dopo la caduta del Muro di Berlino, oggi residente nelle Highlands scozzesi — torna in questa valle remota. Non da turista, e nemmeno da semplice giornalista. Va in cerca di qualcosa di più sfuggente: la connessione profonda tra le persone, le piante e il luogo. L'elisir, appunto.
Il libro è, in superficie, un viaggio botanico. Kassabova impara a riconoscere le piante selvatiche, studia le loro proprietà curative, si immerge nell'antica pratica dell'erboristeria che in questa valle è sopravvissuta a secoli di dominazioni e traumi. Pianta dopo pianta, scopre un sistema di conoscenza che non è soltanto medicina, ma cosmologia: un modo di stare nel mondo che collega l'uomo alla natura, il presente al mito, la guarigione all'alchimia.
Ma Elisir è molto di più di un erbario narrativo. È uno scrigno di storie umane: quelle di guaritrici, raccoglitori, venditori di erbe, custodi di saperi antichissimi. Kassabova incontra donne e uomini discendenti da una lunga stirpe di mistici e guaritori, e attraverso i loro volti restituisce al lettore una civiltà che rischia di scomparire. Ognuno di questi personaggi porta con sé un mondo, e il talento di Kassabova sta nel farlo vivere con economia e intensità, senza mai scadere nell'etnografia da cartolina.
La maggior parte delle persone che Kassabova incontra nella valle appartiene alla comunità dei Pomacchi: bulgari di fede musulmana, non di etnia turca, la cui storia è segnata da un destino di marginalità e resistenza. Le loro origini restano incerte — probabilmente bulgari convertiti all'Islam durante l'Impero Ottomano — per secoli convissuti con cristiani e Rom in un equilibrio precario ma reale. Il comunismo fu per loro una tragedia: conversioni forzate, nomi cambiati, arresti, moschee distrutte. Eppure sono proprio loro, con la loro generosità e la loro memoria, a custodire la conoscenza delle piante e a trasmetterla a questa scrittrice venuta da lontano.
Kassabova non si limita a testimoniare: riflette. Il libro diventa una meditazione profonda su cosa significhi essere sradicati da un luogo, su cosa la modernità stia distruggendo non solo negli ecosistemi ma nelle anime. Scrive di boschi selvaggi dove è facile incontrare un orso, di villaggi svuotati dall'emigrazione, di donne rimaste a lavorare in fabbrichette tessili producendo capi "made in EU". Il personale e il politico, il botanico e lo storico, si intrecciano con naturalezza rara.
Eppure il libro non cede alla disperazione. Nella sua ricerca dell'elisir, Kassabova trova anche motivi di speranza: la gente della valle possiede qualcosa che il mondo moderno ha dimenticato, la capacità di trasformare la sofferenza collettiva in guarigione. L'alchimia non è morta. Si nasconde nelle mani di chi sa ancora riconoscere un'erba al bordo del sentiero.
Chi ha letto Confine sa già di che pasta sia fatta la scrittura di Kassabova: precisa e musicale insieme, capace di sostenere il peso di una storia secolare senza mai rinunciare alla bellezza della frase. In Elisir quella scrittura raggiunge una maturità ancora maggiore. È una prosa che non si affretta, che lascia spazio al silenzio, che sa quando tacere è più eloquente di qualsiasi parola. Il libro può sembrare divagante per chi cerca una trama lineare, ma come un fiume — e il Mesta è il modello perfetto — la sua forza non sta nella direzione ma nella profondità. Ogni ansa svela qualcosa di nuovo.
Elisir non è un libro che si consuma. È uno di quelli che restano, come certi profumi di montagna che rimangono sui vestiti e durano giorni.

Kapka Kassabova: cartografa delle frontiere perdute


C'è una scrittrice che ha fatto delle linee di confine — quelle vere, disegnate sulle mappe con filo spinato e posti di blocco, ma anche quelle invisibili tra memoria ed esilio — il centro della propria opera. Si chiama Kapka Kassabova, è nata a Sofia nel 1973, e oggi è una delle voci più originali della non-fiction narrativa europea.

Da Sofia alla Nuova Zelanda, passando per la Scozia

Kassabova cresce a Sofia in una famiglia di scienziati, durante gli ultimi anni del regime comunista bulgaro. Studia al Liceo Francese della capitale, in un'infanzia segnata dalla doppia vita tipica dei paesi del blocco sovietico: la normalità apparente delle vacanze sul Mar Nero e, a pochi chilometri, una frontiera elettrificata pattugliata da soldati e disertori in fuga.

Nel 1992, subito dopo la caduta del Muro di Berlino, la sua famiglia emigra in Nuova Zelanda. È lì che Kassabova comincia a scrivere in inglese — una scelta che diventerà permanente — pubblicando le prime raccolte di poesia e il romanzo d'esordio "Reconnaissance", premiato con l'Asia-Pacific Commonwealth Writers' Prize. Dal 2005 vive in Scozia, prima a Edimburgo e oggi in una casa immersa nelle Highlands, dove scrive a pochi passi da un fiume.

Una voce bilingue, un'opera senza confini di genere


Quello che rende Kassabova così riconoscibile è la sua capacità di muoversi liberamente tra i generi: poesia, romanzo, memoir, reportage narrativo. Il suo memoir d'infanzia "Street Without a Name" (2008) racconta gli ultimi anni del comunismo bulgaro attraverso gli occhi di una bambina, mentre "Twelve Minutes of Love" (2011) trasforma la passione per il tango argentino in un viaggio attraverso l'ossessione e il senso di casa.
Ma è con il cosiddetto "quartetto balcanico" che Kassabova raggiunge la sua piena maturità di scrittrice:
Border (2017)— un viaggio solitario lungo la zona di confine tra Bulgaria, Turchia e Grecia, l'antico tratto più remoto della Cortina di Ferro. Il libro le vale premi prestigiosi come il British Academy Al-Rodhan Prize, il Saltire Book of the Year e lo Stanford-Dolman Book of the Year.
To the Lake (2020) — un'esplorazione dei laghi di Ohrid e Prespa, al crocevia tra Macedonia del Nord, Albania e Grecia, e delle ferite ancora aperte delle guerre balcaniche.
Elixir (2021) — un'indagine sulle erbe medicinali e la conoscenza popolare delle montagne del Pirin.
Anima: A Wild Pastoral (2023) — il capitolo conclusivo del quartetto, dedicato ai Karakačani, pastori transumanti delle montagne bulgare.

I libri tradotti in italiano
Negli ultimi anni l'opera di Kassabova è arrivata progressivamente anche ai lettori italiani:

Confine. Viaggio al termine dell'Europa (EDT, 2019, trad. A. Lovisolo) — la sua opera più celebre, primo titolo a essere pubblicato in Italia.
Il lago. Ritorno nei Balcani in pace e in guerra (Crocetti, 2022)
Elisir (Crocetti, 2023)
Anima. Una pastorale selvaggia (Crocetti, 2024, trad. Anna Lovisolo)
Una strada senza nome (Crocetti, 2026) — l'edizione italiana del memoir d'infanzia Street Without a Name

Dopo l'esordio italiano con EDT, è stata soprattutto Crocetti Editore a portare avanti la pubblicazione sistematica del suo catalogo, completando di fatto la traduzione dell'intero "quartetto balcanico".

I libri di Kassabova non sono semplici guide di viaggio né semplici memoir: sono indagini stratificate, dove la geografia diventa pretesto per interrogare la storia, la memoria collettiva e il modo in cui i confini — politici, culturali, personali — continuano a plasmare le vite delle persone molto dopo che le ideologie che li hanno tracciati sono crollate. La sua scrittura è stata definita capace di eccellere "in ogni genere" affrontato, e non è un caso che i suoi libri siano stati tradotti in oltre venti lingue.

In un'epoca in cui i confini d'Europa tornano a essere argomento quotidiano di cronaca, la voce di Kapka Kassabova — bulgara per nascita, neozelandese per formazione, scozzese per scelta — offre uno sguardo raro: quello di chi ha attraversato davvero le linee che racconta.

La "Sindrome della Malinconia" e la Memoria del Socialismo


Il passaggio dal regime comunista alla democrazia (dopo il 1989) ha lasciato un'impronta indelebile. La letteratura bulgara affronta il passato non solo con realismo politico, ma attraverso la lente della malinconia e la ricostruzione frammentata dei ricordi.
L'autore di punta di questo periodo è Georgi Gospodinov. È la voce bulgara più celebre al mondo. La sua scrittura è postmoderna, ironica, profondamente empatica e strutturata a frammenti.
Il suo libro "Fisica della malinconia" è un romanzo-labirinto che usa il mito del Minotauro per esplorare la solitudine dell'uomo contemporaneo e la memoria del blocco sovietico.
"Cronorifugio" è vincitore del Booker Prize, una satira geniale sul "passato come rifugio", in cui una clinica per malati di Alzheimer inizia a ricreare i decenni del Novecento, spingendo intere nazioni europee a indire referendum per decidere in quale passato trasferirsi.
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